Da Sabina, per l’ultimo saluto a Franco

Franco nostro non c’è più.
Sono stata lungo una strada, percorrendola insieme a lui, fianco a fianco. A un dato momento lui si è distaccato, andando avanti, superandomi. L’ho chiamato, si è girato e mi ha fatto cenno, ci siamo salutati; e per un po’ procediamo, io lo chiamo, lui si volta e mi vede.
Poi lo vedo che si allontana, cammino ma non gli tengo dietro. Lo chiamo, si volta. Lo chiamo, non si volta più. E io non riesco ad avanzare, una forza mi impedisce di passare, come un muro trasparente. Lo chiamo. Entra in una nebbia bianca. Sbiadisce.
Non lo vedo più.
Questo è tutto quello che posso dire del mio amore e del mio dolore, il resto è molto privato e incomunicabile.
Questo nostro incontro non è tanto l’addio a Franco, lui se n’è ormai andato e ognuno in cuor suo gli ha dato un saluto.
Questo incontro è per festeggiare noi che siamo qui e siamo vivi, la comunità di amici che durante la malattia di Franco è stata sempre più presente, anche di fronte a una sofferenza che faceva venire le lacrime agli occhi e non si sapeva cosa dire.
Sulla sua bara c’è lo striscione con scritto ‘la famiglia’: ecco, la famiglia di Franco era questa che si era scelta, questa comunità di voi che siete qui, ci siete stati, ci sarete.
E conserverete memoria, perché altro non possiamo fare.

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